Settimo Cielo di Sandro Magister : Le istruzioni dettate due mesi fa dal generale della Compagna di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, su « che cosa ha detto veramente Gesù » a proposito di matrimonio e divorzio non sono cadute nel vuoto.

Settimo Cielo di Sandro Magister
13 apr

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Le istruzioni dettate due mesi fa dal generale della Compagna di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, su « che cosa ha detto veramente Gesù » a proposito di matrimonio e divorzio non sono cadute nel vuoto.

Anzi, tra i gesuiti per primi c’è chi le applica in pieno. Per concludere che « una volta che un matrimonio è morto » anche Gesù consentirebbe oggi il divorzio.

Il gesuita che ha tirato questa conclusione dalle premesse poste dal suo preposito generale non è uno sconosciuto. È padre Thomas Reese, già direttore del settimanale dei gesuiti di New York « America », firma di spicco del « National Catholic Reporter ».

L’ha fatto in questa nota pubblicata sul NCR il 6 aprile:

> « What God has joined together … »

Prima però di esporre la sua argomentazione, è utile rileggere ciò che disse padre Sosa nell’intervista al blog Rossoporpora dello scorso 18 febbraio, tanto esplosiva quanto ben meditata, pubblicata solo dopo che era stata rivista da lui parola per parola.

Per sapere « che cosa ha detto veramente Gesù » – affermò in quell’intervista il generale dei gesuiti – bisogna tenere presente che « a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito ».

Quindi – proseguì –, per capire che cosa intendeva Gesù con il suo detto: « Non divida l’uomo ciò che Dio ha congiunto », non basta fermarsi alla lettera, ma bisogna « mettere a discernimento », come fa papa Francesco, senza irrigidirsi su ciò che nella Chiesa è diventato dottrina, « perché la dottrina non sostituisce il discernimento ».

*

Ebbene, padre Reese comincia col citare le parole di Gesù sul matrimonio e il divorzio:

« Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi… Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio » (Mt 19, 6.9).

Per « i critici di papa Francesco » – dice – queste parole sono « chiare e definitive e chiudono la discussione ».

Subito dopo scrive che però « ci sono almeno tre ragioni per cui queste parole di Gesù non provano che papa Francesco sbagli ad aprire alla possibilità che alcuni divorziati e risposati ricevano la comunione ».

– La prima ragione è che « Gesù ha detto un mucchio di cose che noi non osserviamo alla lettera e senza eccezioni ».

E fa numerosi esempi, del tipo di non giurare mai né sul cielo né sulla terra. Per poi chiedersi:

« E allora perché insistiamo nel far applicare le parole di Gesù sul divorzio senza alcuna eccezione, quando invece svicoliamo da ogni parte su molti altri suoi detti? ».

– La seconda ragione è che « Gesù non stabilisce nessuna punizione per il divorzio e le seconde nozze. Non dice che tali persone saranno mandate all’inferno. Non dice che devono essere escluse dalla comunità cristiana. Non dice nemmeno che non possono fare la comunione. Né dice che non possono essere perdonate ».

Mentre invece « stabilisce delle punizioni per altri peccati », in particolare per chi non dà da mangiare all’affamato, non dà da bere all’assetato, eccetera. Segno che questi peccati per lui sono molto più gravi del divorzio, nonostante la Chiesa pensi il contrario. E in ogni caso anche la minaccia dell’inferno non è detto che « vada presa alla lettera ».

– La terza ragione è « il contesto storico » delle parole di Gesù. « Dove Gesù viveva e insegnava, il divorzio valeva solo per gli uomini », tant’è vero che nel Vangelo di Matteo egli parla solo di ripudio della moglie da parte del marito. E se lo proibisce è per non esporre più la donna all’ostracismo che puniva tutte le ripudiate.

« È solo dal XIX secolo – prosegue padre Reese – che le divorziate hanno cominciato a ricevere qualche protezione dalle leggi civili. Quindi per gran parte della storia umana il divorzio è stato un’ingiustizia devastante per le donne. E Gesù l’ha giustamente condannato, dal momento che praticamente tutti i divorzi erano fatti da uomini pieni di potere contro donne prive di potere ».

Tra parentesi, padre Reese fa notare che « Marco, il cui Vangelo era in uso a Roma, trasformò in sessualmente neutrale l’insegnamento di Gesù », facendogli pronunciare anche una condanna del ripudio del marito da parte della moglie e delle seconde nozze di questa. E l’evangelista fece così « perché a Roma le mogli delle classi agiate potevano divorziare dai loro mariti ».

Basterebbe questa notazione a far saltare tutto il suo ragionamento. Ma padre Reese la lascia cadere e arriva a questa perentoria conclusione:

« Oggi viviamo in un mondo differente. Come possiamo essere così certi che Gesù risponderebbe nello stesso modo al divorzio oggi? È vero, molti divorzi comportano peccato, fallimento morale e grande dolore. È vero, in gran parte dei divorzi alle donne tocca la sorte peggiore. Il divorzio non è qualcosa che possiamo scrollarci di dosso, ma una volta che è avvenuto e che un matrimonio è morto, ci può essere una possibilità per una guarigione e una nuova vita? Papa Francesco pensa di sì. E così anch’io ».

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Altro che comunione ai divorziati risposati. Padre Reese va ancora più in là. In nome di Gesù liberalizza il divorzio e lo fa liberalizzare anche dal papa.

Il quale, in effetti, l’unica volta in cui in una sua omelia, a Santa Marta lo scorso 24 febbraio, ha commentato le parole di Gesù su matrimonio e divorzio non le ha prese per niente alla lettera, ma è addirittura arrivato a dire che « Gesù non risponde se [il ripudio] sia lecito o non sia lecito ».

Se è questo il « discernimento » che il preposito generale dei gesuiti ha detto che bisogna esercitare sulle parole attribuite a Gesù dai Vangeli, va quindi notato che non solo padre Reese ma anche il gesuita salito al soglio di Pietro vi si sono attenuti. Con le conclusioni che si vedono.

A nulla, evidentemente, sono valse le numerose critiche (l’ultima da parte del cardinale Raymond L. Burke) all’intervista di padre Sosa, compreso l’argomentato « Promemoria » consegnato al papa e al prefetto della congregazione per la dottrina della fede di cui ha dato conto a fine marzo Settimo Cielo.

A queste critiche padre Sosa ha replicato il 9 aprile in tv, a TgCom24, ribadendo « in toto » le sue tesi:

« Nessuno ha la memoria scritta o registrata delle parole che ha detto Gesù. Le comunità cristiane hanno scritto i Vangeli per tramandare le sue parole, ma tanto tempo dopo e per comunità di riferimento diverse. Inoltre le parole di Gesù vanno intese nel suo contesto e la Chiesa, intesa in senso ampio, interpreta. La dottrina esce un po’ da questa interpretazione che la Chiesa fa. Quando si interpreta, è per capire meglio cosa ha detto Gesù direttamente. Se capiamo meglio cosa ha detto Gesù, allora capiamo meglio come noi dobbiamo comportarci per essere come lui ».

Ma se, come dice padre Sosa, è la Chiesa « intesa in senso ampio » che « interpreta » le parole di Gesù, bastano davvero un paio di gesuiti – con un papa loro confratello – a rovesciare ciò che hanno detto in due millenni i Padri della Chiesa, i papi, i concili e, prima di loro, i Vangeli sull’indissolubilità del matrimonio?
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13 aprile 2017
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0

13 apr
Jesus Too Would Admit Divorce Today. So Says One of His Society

Reese

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The instructions laid out two months ago by the general of the Society of Jesus, Fr. Arturo Sosa Abascal, on “what Jesus really said” regarding marriage and divorce have not fallen on deaf ears.

On the contrary, some among the Jesuits have been the first to apply them in full. To conclude that “once a marriage is dead” Jesus too would allow divorce today.

The Jesuit who has drawn this conclusion from the premises set up by his superior general is not a nobody. He is Fr. Thomas Reese, former editor of the magazine of the New York Jesuits, “America,” and a prominent writer for the “National Catholic Reporter.”

He has done so in this commentary published April 6 on NCR:

> « What God has joined together … »

But before presenting his argumentation, it is helpful to reread what Fr. Sosa said in the interview with the blog Rossoporpora last February 18, as well pondered as it was explosive, published only after he had reviewed it word by word.

In order to know “what Jesus really said,” the general of the Jesuits stated in that interview, it has to be kept in mind that “at that time, no one had a recorder to take down his words. What is known is that the words of Jesus must be contextualized, they are expressed in a language, in a specific setting, they are addressed to someone in particular.”

Therefore – he continued – in order to understand what Jesus meant by his saying: “no human being must separate what God has joined together,” it is not enough to stop at the letter, but one needs to “bring [it] into discernment,” as Pope Francis does, without becoming rigid over what in the Church has become doctrine, “because doctrine does not replace discernment.”

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So then, Fr. Reese begins by citing the words of Jesus on marriage and divorce:

“Therefore, what God has joined together, no human being must separate. Whoever divorces his wife (unless the marriage is unlawful) and marries another commits adultery” (Mt 19:6,9).

“In the minds of the critics of Pope Francis” – he says – these words “are clear and definitive and end the discussion.”

Immediately afterward he writes that, however, “there are at least three reasons that these words from Jesus do not prove that Pope Francis is wrong in opening up the possibility of some divorced and remarried Catholics receiving Communion.”

– The first reason is that “Jesus said a lot of things that we do not observe literally without exception.”

And he gives numerous examples, such as never to swear by anything in heaven or on earth. And then he wonders:

“Why do we insist on enforcing the words of Jesus on divorce literally without any exception, when we find all sorts of wiggle room in many of his other sayings?”

The second reason is that “Jesus does not list any punishment for divorce and remarriage. He does not say such persons will be consigned to hellfire. He does not say they should be excluded from the Christian community. He does not even say they cannot go to Communion. He does not say they cannot be forgiven.”

While instead “he does list punishment for other sins,” in particular for those who do not give food to the hungry, do not give drink to the thirsty, etcetera. A sign that for him these sins are much worse than divorce, in spite of the fact that the Church sees it the other way around. And in any case, it is not a given that even the threat of hell should be taken “literally.”

– The third reason is “the historical context” of the words of Jesus. “Where Jesus lived and taught, divorce was only available to men,” so much so that in the Gospel of Matthew he speaks only of repudiation of the wife by the husband. And if he prohibits this, it is in order to no longer expose women to the ostracism that punished all the repudiated.

« It was not until the 19th Century,” Fr. Reese continues, “that divorced women began to get some protection from the civil law. As a result, divorce was clearly a devastating injustice to women for most of human history. Jesus quite rightly condemned it since practically all divorces were done by powerful men to powerless women.”

In parentheses, Fr. Reese points out that “Mark, whose gospel was used in Rome made the teaching of Jesus gender neutral,” having him pronounce also a condemnation of repudiation of the husband by the wife, and of her remarriage. And the evangelist did this “because in Rome upper-class wives could divorce their husbands.”

This observation should be enough to demolish his entire argument. But Fr. Reese drops it and arrives at this peremptory conclusion:

“Today we live in a different world. How can we be so certain that Jesus would respond in the same way to divorce today? True, most divorces involve sin, moral failure and great pain. True, in most divorces women get the short end of the stick. Divorce is not something to be shrugged off, but once it has happened and a marriage is dead, can there be a possibility for healing and life in the future? Francis thinks so. So do I.”

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Not just communion for the divorced and remarried. Fr. Reese goes much further. In the name of Jesus, he liberalizes divorce and also has it liberalized by the pope.

Who, in effect, the only time he has commented on Jesus’ words on marriage and divorce in a homily of his, at Santa Marta last February 24, did not take them literally at all, but even went so far as to say that “Jesus does not respond whether [repudiation] is licit or not licit.”

If this is the “discernment” that the superior general of the Jesuits has said must be exercised over the words attributed to Jesus by the Gospels, it must be noted that not only Fr. Reese but also the Jesuit who has risen to the see of Peter have abided by it. With the conclusions that are plain to see.

To no use, evidently, have been the numerous criticisms (most recently by Cardinal Raymond L. Burke) of Fr. Sosa’s interview, including the in-depth “Memorandum” sent to the pope and to the prefect of the congregation for the doctrine of the faith, which Settimo Cielo covered at the end of March.

Fr. Sosa replied to these criticisms on April 9, in an appearance on TgCom24, reiterating “in toto” all of his ideas:

“No one has a written or recorded register of the words that Jesus said. The Christian communities wrote the Gospels to hand down his words, but a long time afterward and through different communities of reference. Moreover, the words of Jesus must be understood in their context, and the Church, understood in the broad sense, interprets. Doctrine emerges somewhat from this interpretation that the Church makes. When one interprets, it is in order to understand better what Jesus said directly. If we understand better what Jesus said, then we understand better how we should behave in order to be like him.”

But if, as Fr. Sosa says, it is the Church « understood in the broad sense » that “interprets” the words of Jesus, are a couple of Jesuits really enough – together with a confrere pope – to overturn what has been said for two millennia by the Fathers of the Church, the popes, the councils, and, before them, by the Gospels on the indissolubility of marriage?

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)
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13 aprile 2017
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13 apr
También Jesús admitiría hoy el divorcio. Lo dice uno de su Compañía

Reese

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Las instrucciones dictadas hace dos meses por el general de la Compañía de Jesús, el padre Arturo Sosa Abascal, acerca de « lo que verdaderamente dijo Jesús » a propósito del matrimonio y divorcio no han caído en saco roto.

Al contrario, hay quien las ha aplicado plenamente, empezando por los jesuitas, para concluir que « si un matrimonio está ya muerto » también Jesús permitiría hoy el divorcio.

El jesuita que ha llegado a esta conclusión partiendo de las premisas planteadas por su prepósito general no es un desconocido. Es el padre Thomas Reese, en el pasado director del semanario de los jesuitas de Nueva York, « America », y firma de relieve del « National Catholic Reporter ».

Lo ha hecho en esta nota publicada en el NCR el 6 de abril:

> « What God has joined together … »

Sin embargo, antes de exponer su argumentación sería útil releer lo que dijo el padre Sosa en la entrevista al blog Rossoporpora del 18 de febrero pasado, tan explosiva como bien meditada, publicada sólo después de que él la hubiera controlado personalmente palabra por palabra.

Para saber « lo que verdaderamente dijo Jesús » –afirmó en esa entrevista el general de los jesuitas–, hay que tener muy en cuenta que « en esa época nadie tenía una grabadora para registrar sus palabras. Lo que se sabe es que las palabras de Jesús hay que ponerlas en contexto, están expresadas con un lenguaje, en un ambiente concreto, están dirigidas a alguien determinado ».

Por consiguiente –prosiguió–, para entender qué quería decir Jesús con su frase: « Lo que Dios ha unido, que no lo separe el hombre », no basta con detenerse en las palabras, sino que es necesario « poner en discernimiento », como hace el Papa Francisco, sin cerrarse en lo que se ha convertido en doctrina para la Iglesia, « porque la doctrina no sustituye al discernimiento ».
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Pues bien, el padre Reese empieza citando las palabras de Jesús sobre el matrimonio y el divorcio:

« Pues lo que Dios ha unido, que no lo separe el hombre… Si uno repudia a su mujer -no hablo de unión ilegítima- y se casa con otra, comete adulterio » (Mt 19, 6.9).

Para « los críticos de Papa Francisco » –dice–, estas palabras son « claras y definitivas y cierran la discusión ».

Sin embargo, a continuación escribe que « hay por lo menos tres razones según las cuales estas palabras de Jesús no demuestran que el Papa Francisco se equivoque al abrir la posibilidad de que algunos divorciados que se han vuelto a casar reciban la comunión ».

– La primera razón es que « Jesús ha dicho un montón de cosas que nosotros no observamos al pie de la letra y sin excepciones ».

Y enumera varios ejemplos, del tipo de no jurar nunca sobre el cielo ni sobre la tierra, preguntándose seguidamente:

« Entonces, ¿por qué insistimos para que se apliquen, sin hacer ninguna excepción, las palabras de Jesús acerca del divorcio y, en cambio, nos escabullimos de otras muchas de las frases que pronunció? ».

– La segunda razón es que « Jesús no establece ningún castigo para el divorcio y las segundas nupcias. No dice que estas personas serán enviadas al infierno. No dice que deben ser excluidas de la comunidad cristiana. No dice tampoco que no pueden acercarse a la comunión. Ni dice que no pueden ser perdonadas ».

Pero en cambio, « establece castigos para otros pecados », sobre todo para quien no da de comer al hambriento, de beber al sediento, etcétera. Signo que para él estos pecados son mucho más graves que el divorcio, aunque la Iglesia piense lo contrario. De todas formas, no está dicho que la amenaza del infierno « tenga que ser tomada al pie de la letra ».

– La tercera razón es « el contexto histórico » de las palabras de Jesús. « Donde Jesús vivía y enseñaba, el divorcio valía sólo para los hombres »; tanto es así que en el Evangelio de Mateo habla sólo de repudio de la mujer por parte del marido. Y si lo prohibe es para no exponer más a la mujer al ostracismo con el que se castigaba a todas las repudiadas.

« Fue sólo a partir del siglo XIX -prosigue el padre Reese-, cuando las divorciadas empezaron a recibir alguna protección por parte de las leyes civiles. Por lo tanto, durante una gran parte de la historia humana el divorcio ha sido una injusticia devastadora para las mujeres. Y Jesús, con justicia, lo condenó, pues prácticamente todos los divorcios estaban hechos por hombres llenos de poder contra mujeres privadas de poder ».

Entre paréntesis, el padre Reese observa que « Marcos, cuyo Evangelio se utilizaba en Roma, transformó en sexualmente neutral la enseñanza de Jesús », haciéndole pronunciar también una condena del repudio del marido por parte de la mujer y de las segundas nupcias de ésta. Y esto el evangelista lo hizo « porque en Roma, las esposas de las clases más altas podían divorciarse de sus maridos ».

Bastaría esta observación para anular todo su razonamiento. Pero el padre Reese la deja caer y llega a esta perentoria conclusión:

« Hoy vivimos en un mundo diferente. ¿Cómo podemos estar tan seguros que Jesús respondería hoy de la misma manera respecto al divorcio? Es verdad, muchos divorcios conllevan pecado, fracaso moral y gran dolor. Es verdad, en una gran parte de los divorcios a las mujeres les toca la peor parte. El divorcio no es algo que podemos quitarnos de encima, pero una vez que ha sucedido y que un matrimonio ha muerto, ¿puede haber una posibilidad de sanación y una vida nueva? El Papa Francisco piensa que sí. Y también yo lo pienso ».

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Desde luego, el padre Reese va mucho más allá de la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar. En nombre de Jesús liberaliza el divorcio y hace que el propio Papa lo liberalice.

Éste, de hecho, la única vez en la que ha comentado en una homilía, en Santa Marta el pasado 24 de febrero, las palabras de Jesús sobre matrimonio y divorcio no lo hizo literalmente, sino que llegó a decir incluso que « Jesús no responde si [el repudio] es lícito o no lo es ».

Si éste es el « discernimiento » que el prepósito general de los jesuitas ha dicho que hay que ejercer sobre las palabras atribuidas a Jesús por los Evangelios, hay que observar, por consiguiente, que no sólo el padre Reese se ha atenido a ellas, sino que también el jesuita que ha subido a la cátedra de Pedro lo ha hecho. Con las conclusiones que vemos.

Evidentemente, no han servido para nada las numerosas críticas (la última ha sido la del cardenal Raymond L. Burke) dirigidas a la entrevista del padre Sosa, incluido el argumentado « Promemoria » entregado al Papa y al prefecto de la congregación para la doctrina de la fe, del que informó Settimo Cielo a finales de marzo.

A estas críticas el padre Sosa replicó el 9 de abril en la televisión, en TgCom24, confirmando plenamente sus tesis:

« Nadie tiene la memoria escrita o grabada de las palabras que dijo Jesús. Las comunidades cristianas escribieron los Evangelios para transmitir sus palabras, pero mucho tiempo después y mediante distintas comunidades de referencia. Además, hay que entender las palabras de Jesús en su contexto; y la Iglesia, entendida en sentido amplio, las interpreta. La doctrina surge un poco de esta interpretación que hace la Iglesia. Cuando se interpreta, es para entender mejor qué dijo Jesús directamente. Si entendemos mejor qué dijo Jesús, entonces entenderemos mejor cómo debemos comportarnos para ser como Él ».

Pero si, como dice el padre Sosa, es la Iglesia « entendida en sentido amplio » la que « interpreta » las palabras de Jesús, ¿de verdad son suficientes un par de jesuitas –con un Papa hermano suyo– para darle la vuelta a lo que han dicho en dos milenios los Padres de la Iglesia, los Papas, los concilios y, antes que ellos, los Evangelios, sobre la indisolubilidad del matrimonio?
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13 aprile 2017
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10 apr
Da Lovanio a Roma, l’eutanasia dei « principi non negoziabili »

Lovanio

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Ha fatto rumore la vicenda dell’Università Cattolica di Lovanio, che ha sospeso e infine licenziato un proprio professore di filosofia, Stéphane Mercier, per aver scritto in una nota per i suoi studenti che « l’aborto è l’omicidio di una persona innocente ».

La cosa non ha sorpreso, visti i precedenti di questa università pur insignita della qualifica di « cattolica », nella cui clinica si praticano da tempo alla luce del sole anche interventi di eutanasia, « dai 12 ai 15 all’anno » a detta del rettore della gemella università fiamminga di Lovanio, il canonista Rik Torfs.

Ma ciò che più colpisce è la sostanziale approvazione che i vescovi del Belgio hanno dato alla cacciata del professor Mercier.

Così come impressiona la reticenza del giornale della conferenza episcopale italiana « Avvenire », che nel dare uno stringato resoconto della vicenda – la cui documentazione più completa è apparsa finora nel blog Rossoporpora – ha evitato di prendere posizione, limitandosi a un: « Rimane da comprendere il significato di ciò che è stato dichiarato dal portavoce della conferenza episcopale belga ».

Per non dire del silenzio di papa Francesco, che pure non ha mancato in altre occasioni di definire l’aborto « crimine orrendo ».

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C’è in effetti un notevole stacco tra come il papato e gran parte della gerarchia cattolica intervengono oggi su aborto ed eutanasia e come invece intervenivano ieri.

Quelli che durante i precedenti pontificati erano « principi non negoziabili » oggi sono diventate realtà da « discernere » e « mediare » sia in politica che nella pratica pastorale.

La conferenza episcopale italiana e il suo giornale « Avvenire » sono esempi perfetti di questa mutazione.

Nel febbraio del 2009, quando l’Italia fu scossa dal caso di Eluana Englaro, la giovane in stato vegetativo a cui fu tolta la vita troncandole l’alimentazione e l’idratazione, l’attuale direttore di « Avvenire » Marco Tarquinio scrisse un editoriale di fuoco, definendo quell’atto una « uccisione ».

Mentre oggi c’è un altro clima. Basti vedere il garbato distacco con cui « Avvenire » riferisce e commenta la legge attualmente in discussione in Italia sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, in sigla DAT, cioè le indicazioni date previamente ai medici sulle cure per essere tenuti o no in vita in caso di perdita di conoscenza.

Un esempio lampante di questo cambiamento di rotta è dato dal professor Francesco D’Agostino, docente di filosofia del diritto all’Università di Roma Tor Vergata e alla Pontificia Università Lateranense, presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, presidente onorario del comitato nazionale italiano per la bioetica, membro della pontificia accademia per la vita, editorialista di « Avvenire », insomma, storico punto di riferimento della Chiesa italiana per quanto riguarda le questioni bioetiche.

La lettera riprodotta qui sotto mette appunto in luce il contrasto tra ciò che scrive oggi il professor D’Agostino sulle dichiarazioni anticipate di trattamento e ciò che scriveva sulla stessa materia dieci anni fa.

Autore della lettera è l’avvocato Antonio Caragliu, del foro di Trieste, anche lui membro dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani.

Due notazioni per la migliore comprensione del suo scritto:

– l’onorevole Mario Marazziti, deputato dal 2013 e presidente della commissione per gli affari sociali che si occupa della legge sulle DAT, è membro di primissimo piano della Comunità di Sant’Egidio, di cui è stato per molti anni portavoce;

– monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della conferenza episcopale italiana e con un legame diretto con papa Francesco che l’ha personalmente insediato in questa carica nel 2013 e confermato fino al 2019, è di fatto l’editore unico di « Avvenire », su cui ha pieno e pressante controllo.

Ecco dunque la lettera.

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Caro Magister,

trovo interessante confrontare l’editoriale del professor Francesco D’Agostino, pubblicato su « Avvenire » del 30 marzo 2017, intitolato « Sulle DAT necessaria una buona legge. Non tutto è eutanasia. La storia chiede coraggio », con un suo altro editoriale, pubblicato dieci anni prima sempre su « Avvenire », il 6 aprile 2007, eloquentemente intitolato « Come uno scivolo mascherato verso l’eutanasia ».

Nel 2007 D’Agostino sosteneva che le dichiarazioni anticipate di trattamento possono considerarsi giuste e valide a determinate condizioni, tra le quali contemplava le seguenti:

1. che il medico, destinatario delle dichiarazioni anticipate, pur avendo il dovere di tenerle in adeguata e seria considerazione, non venga mai dalla legge vincolato alla loro osservanza (esattamente come il medico di un paziente « competente » non può mai trasformarsi in un esecutore cieco e passivo delle richieste di questo);

2. che il rifiuto delle terapie non comprenda l’idratazione e l’alimentazione artificiale, dovendosi queste considerare « forme pre-mediche di sostentamento vitale, dotate di un altissimo valore etico e simbolico e la cui sospensione realizzerebbe di fatto una forma, particolarmente insidiosa, perché indiretta, di eutanasia ». Nel sostenere ciò D’Agostino si richiamava al documento del comitato nazionale per la bioetica del 18 dicembre 2003 sulle « Dichiarazioni anticipate di trattamento ».

Ora, l’art. 3 del disegno di legge attualmente all’esame della commissione per gli affari sociali, presieduta dall’onorevole Mario Marazziti, non rispetta né l’una né l’altra di queste due condizioni.

Ma nonostante ciò il professor D’Agostino scrive che « il disegno di legge non è in alcun modo finalizzato a introdurre in Italia una normativa che legalizzi l’eutanasia ». Anzi, solo « un interprete subdolo e malevolo » potrebbe giungere a una simile conclusione, attraverso un' »interpretazione forzata ».

Non c’è da stupirsi che molti giuristi cattolici siano rimasti sorpresi dalla svolta del professor D’Agostino, che presiede la loro associazione.

È una svolta che, a mio parere, può trovare spiegazione nella posizione di sostanziale apprezzamento del disegno di legge oggi in esame espressa dal segretario generale della conferenza episcopale italiana Nunzio Galantino nella conferenza stampa conclusiva del consiglio permanente della CEI del 26 gennaio 2017.

Ha detto in quell’occasione Galantino:

« Nella commissione per gli affari sociali, presieduta dall’onorevole Mario Marazziti, stanno preparando un testo al quale guardare con interesse. È venuto fuori con chiarezza che non si deve attribuire tutto il potere alla persona, perché l’autodeterminazione smonta l’alleanza tra paziente, medico e familiari e finisce per essere solo il trionfo dell’individualismo ».

Insomma, per Galantino il testo in esame rappresenta un buon compromesso. Il tutto in linea con la ormai nota politica del segretario generale della CEI, attento ad evitare qualsiasi contrapposizione dei cattolici nei confronti del governo di centro-sinistra in carica. Come a dire che l’azione dei cattolici in politica deve essere dettata dagli orientamenti dell’alto ecclesiastico di turno, in questo caso lui, in una ennesima forma di clericalismo.

Ovviamente la situazione è spiacevole, sotto diversi punti di vista.

Sarebbe augurabile che il professor D’Agostino, quello del 2007, che è persona di provata intelligenza e competenza, si chiarisca con il professor D’Agostino del 2017. E poi, magari, si confronti con monsignor Galantino. Senza assecondarlo.

Un caro saluto,

Antonio Caragliu
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10 aprile 2017
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10 apr
From Louvain To Rome, the Euthanasia of « Non-negotiable Principles »

Lovanio

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There has been an uproar over events at the Catholic University of Louvain, which has suspended and finally dismissed one of its philosophy professors, Stéphane Mercier, for having written in a note for his students that “abortion is the murder of an innocent person.”

The matter is not surprising, seeing the track record of this university which is nonetheless endowed with the title of “Catholic,” the hospital of which has for some time been openly practicing euthanasia procedures, “from 12 to 15 per year,” according to the rector of the twin Flemish university of Leuven, the canonist Rik Torfs.

But what is more striking is the substantial approval that the bishops of Belgium have given to the removal of Professor Mercier.

Also startling is the reticence of the newspaper of the Italian episcopal conference, “Avvenire,” which in giving a concise account of the affair – the more complete documentation of which has appeared on the blog Rossoporpora – avoided taking a position, limiting itself to this: “It remains to be understood what is the meaning of what has been stated by the spokesman of the Belgian episcopal conference.”

Not to mention the silence of Pope Francis, who however has not failed on other occasions to call abortion a “horrendous crime.”

*

There is in effect a significant discrepancy between how the papacy and much of the Catholic hierarchy speak out on abortion and euthanasia today and how they used to speak out.

What during the previous pontificates were “non-negotiable principles” have now become realities to be “discerned” and “mediated” both in politics and in pastoral practice.

The Italian episcopal conference and its newspaper “Avvenire” are perfect examples of this mutation.

In February of 2009, when Italy was rocked by the case of Eluana Englaro, the young woman in a vegetative state whose life was taken when her nutrition and hydration were cut off, the current editor of “Avvenire,” Marco Tarquinio, wrote a fiery editorial, calling that act a “killing”.

While today the climate is different. It should be enough to look at the courteous detachment with which “Avvenire” refers to and comments on the law currently under discussion in Italy on advance healthcare directives, abbreviated DAT, the indications to be given to physicians beforehand on what lifesaving measures to take or not take in case of loss of consciousness.

One glaring example of this change of course is given by Professor Francesco D’Agostino, professor of the philosophy of law at the University of Roma Tor Vergata and at the Pontifical Lateran University, president of the Union of Italian Catholic Journalists, honorary president of the Italian national bioethics committee, member of the pontifical academy for life, editorialist for “Avvenire,” in short, a historic point of reference for the Italian Church on questions of bioethics.

The letter reproduced below brings to light the contrast between what Professor D’Agostino writes today on advance healthcare directives and what he wrote on the same subject ten years ago.

The author of the letter is attorney Antonio Caragliu, of the Trieste bar, he too a member of the Union of Italian Catholic Jurists.

Two observations for better understanding his statements:

– the honorable Mario Marazziti, member of parliament since 2013 and president of the commission for social affairs that deals with the law on DAT, is a high-ranking member of the Community of Sant’Egidio, of which he was spokesman for many years;

– Bishop Nunzio Galantino, secretary general of the Italian episcopal conference and with a direct connection to Pope Francis, who personally placed him in this position in 2013 and confirmed him until 2019, is de facto the sole editor of « Avvenire, » over which he has full and compelling control.

Here is the letter.

*

Dear Magister,

I find it interesting to compare the editorial by Francesco D’Agostino, published in « Avvenire » on March 30, 2017, entitled « On DAT a good law is needed. Not everything is euthanasia. History calls for courage,” with another editorial of his, published ten years before, also in “Avvenire,” on April 6, 2007, eloquently entitled “Like a booby trap into euthanasia.”

In 2007 D’Agostino maintained that advance healthcare directives could be considered justified and valid under certain conditions, among which he contemplated the following:

1. that the physician, the recipient of the advance directives, while having the duty to take them into adequate and serious consideration, should never be bound by law to observe them (just as the physician of a “competent” patient can never be turned into a blind and passive executor of this person’s requests);

2. that the refusal of treatment should not include artificial hydration and nutrition, since these should be considered “pre-medical forms of vital support, endowed with the highest ethical and symbolic value, the suspension of which would in fact carry out a particularly insidious, because indirect, form of euthanasia.” In maintaining this, D’Agostino referred to the December 18, 2003 document of the national bioethics committee on “Advance healthcare directives.”

Now, article 3 of the draft legislation currently under review by the commission for social affairs, headed by the honorable Mario Marazziti, does not respect either of these two conditions.

But in spite of this, Professor D’Agostino writes that “the draft legislation is in no way aimed at introducing into Italy a system that would legalize euthanasia.” On the contrary, only “a devious and malevolent interpreter” could reach such a conclusion, through a “forced interpretation.”

There is no cause for amazement in the fact that many Catholic jurists have been surprised by the about-face of Professor D’Agostino, who heads their association.

It is an about-face that, in my view, could find an explanation in the position of substantial approval for the draft legislation currently under review that was expressed by the secretary general of the Italian episcopal conference, Nunzio Galantino, at the concluding press conference for the permanent council of the CEI on January 26, 2017.

On that occasion Galantino said:

“On the commission for social affairs, headed by the honorable Mario Marazziti, they are preparing a text that should be looked at with some interest. It has clearly emerged that all the power must not be attributed to the person, because self-determination dismantles the alliance between patient, physician, and relatives, and ends up being only a triumph of individualism.”

In short, for Galantino the text under review represents a good compromise. All of it in line with the now well-known policy of the secretary general of the CEI, careful to avoid any contrast between Catholics and the center-left government in office. As if to say that the action of Catholics in politics must be dictated by the views of the high churchman of the day, in this case him, in yet another form of clericalism.

Obviously the situation is unpleasant, from various points of view.

It is to be hoped that Professor D’Agostino, the one of 2007, who is a person of proven intelligence and competence, may sort things out with the Professor D’Agostino of 2017. And then, perhaps, face up to Bishop Galantino. Without seconding him.

Warm regards,

Antonio Caragliu

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)
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10 aprile 2017
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10 apr
Desde Lovaina a Roma, la eutanasia de los « principios no negociables »

Lovanio

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*

Ha hecho ruido lo que aconteció en la Universidad Católica de Lovaina, que suspendió y finalmente despidió a un profesor de filosofía de la casa, Stéphane Mercier, por haber escrito en una nota para sus alumnos que « el aborto es el homicidio de una persona inocente ».

El hecho no sorprendió, vistos los antecedentes de esta universidad también identificada por su título de « católica », en cuya clínica se practican también desde hace tiempo y a la luz del sol intervenciones de eutanasia, « desde 12 a 15 al año », según palabras del rector de la gemela universidad flamenca de Lovaina, el canonista Rik Torfs.

Pero lo que más golpea es la sustancial aprobación que los obispos de Bélgica han dado a la expulsión del profesor Mercier.

Pero también impresiona la reticencia del diario « Avvenire », editado por la Conferencia Episcopal Italiana, que al ofrecer un relato conciso del caso – cuya documentación más completa apareció hasta ahora en el blog Rossoporpora – evitó tomar posición, limitándose a un: « queda por comprender el significado de lo que ha sido declarado por el portavoz de la Conferencia Episcopal Belga ».

Para no hablar del silencio del papa Francisco, aunque en otras ocasiones no ha dejado de definir al aborto como un « crimen horrendo ».

*

Hay de hecho un contraste notable entre la forma en que el papado y gran parte de la jerarquía católica intervienen hoy en el tema del aborto y la eutanasia y la forma en la que intervenían ayer.

Los que durante los anteriores pontificados eran « principios no negociables » hoy se han convertido en realidades que hay que « discernir » y « mediar », tanto en el ámbito político como en la práctica pastoral.

La Conferencia Episcopal Italiana y su diario « Avvenire » son ejemplos perfectos de esta mutación.

En febrero del 2009, cuando Italia fue impactado por el caso de Eluana Englaro, la joven en estado vegetativo a quien se le arrebató la vida despojándola de la alimentación y la hidratación, el actual director de « Avvenire », Marco Tarquinio, escribió un editorial incendiario, definiendo ese acto como un « asesinato ».

Pero hoy hay otro clima. Basta ver la ligera displicencia con la que « Avvenire » informa y comenta la ley actualmente en discusión sobre las Declaraciones Anticipadas de Tratamiento (DAT), es decir, las indicaciones dadas previamente a los médicos sobre los cuidados que hay que llevar a cabo para mantener vivos o no a quienes padecen la pérdida del conocimiento.

Un ejemplo flagrante de este cambio de ruta está dado por el profesor Francesco D’Agostino, docente de Filosofía del Derecho en la Universidad de Roma Tor Vergata y en la Pontificia Universidad Lateranense, presidente de la Unión de Juristas Católicos Italianos, presidente honorario del Comité Nacional Italiano para la Bioética, miembro de la Pontificia Academia para la Vida, editorialista de « Avvenire », en síntesis, un histórico punto de referencia de la Iglesia italiana en lo que se refiere a las cuestiones bioéticas.

La carta reproducida aquí abajo saca justamente a la luz el contraste entre lo que escribe hoy el profesor D’Agostino sobre las Declaraciones Anticipadas de Tratamiento y lo que escribía sobre la misma materia hace diez años.

Autor de la carta es el abogado Antonio Caragliu, del foro de Trieste, también él miembro de la Unión de Juristas Católicos Italianos.

Dos anotaciones para la mejor comprensión de su escrito:

– el diputado Mario Marazziti, diputado desde el 2013 y presidente de la Comisión para los Asuntos Sociales que se ocupa de la ley sobre las DAT, es miembro de primerísimo nivel de la Comunidad de San Egidio, de la cual ha sido portavoz durante muchos años;

– monseñor Nunzio Galantino, secretario general de la Conferencia Episcopal Italiana y con un vínculo directo con el papa Francisco que lo puso personalmente en ese cargo en el 2013 y lo confirmó hasta el 2019, es de hecho el editor único de « Avvenire », sobre el cual tiene pleno y apremiante control.

He aquí la carta.

*

Estimado Magister,

encuentro interesante confrontar el editorial del profesor Francesco D’Agostino, publicado en « Avvenire » del 30 de marzo del 2017, titulado « Sulle DAT necessaria una buona legge. Non tutto è eutanasia. La storia chiede coraggio » [Sobre las DAT es necesaria una buena ley. No todo es eutanasia. La historia pide valentía], con otro editorial de su autoría, publicado diez años antes, también en « Avvenire », el 6 de abril del 2007, elocuentemente titulado « Come uno scivolo mascherato verso l’eutanasia » [Como un tobogán enmascarado hacia la eutanasia].

En el 2007 D’Agostino sostenía que las Declaraciones Anticipadas de Tratamiento pueden considerarse justas y válidas en determinadas condiciones, entre las cuales contemplaba las siguientes:

1. que el médico, destinatario de las Declaraciones Anticipadas, a pesar de estar obligado a tenerlas en adecuada y seria consideración, nunca está obligado por la ley a cumplirlas (de la misma manera que el médico de un paciente « competente » no puede transformarse nunca en un ejecutor ciego y pasivo de los pedidos de éste);

2. que el rechazo de las terapias no incluya la hidratación y la alimentación artificial, debiendo considerar a éstas como « formas pre-médicas de sostenimiento vital, dotadas de un altísimo valor ético y simbólico, cuya suspensión realizaría de hecho una forma particularmente insidiosa, aunque indirecta, de eutanasia ». Al sostener esto D’Agostino se remitía al documento del Comité Nacional para la Bioética, del 18 de diciembre del 2003, sobre las « Dichiarazioni anticipate di trattamento » [Declaraciones Anticipadas de Tratamiento].

Ahora, el artículo 3 del proyecto de ley actualmente sometido a examen por la Comisión para los Asuntos Sociales, presidida por el diputado Mario Marazziti, no respeta ni la primera condición ni la otra.

No obstante esto, el profesor D’Agostino escribe que « el proyecto de ley no está destinado de ninguna manera a introducir en Italia una normativa que legalice la eutanasia ». Más bien, sólo « un intérprete tortuoso y malévolo » podría llegar a una conclusión similar, a través de una « interpretación forzada ».

No es de extrañar que muchos juristas católicos hayan quedado sorprendidos por el giro del profesor D’Agostino, quien preside su asociación.

Es un giro que, me parece, puede encontrar explicación en la posición de considerable valoración del proyecto de ley hoy en examen, expresado por el secretario general de la Conferencia Episcopal Italiana, Nunzio Galantino, en la conferencia de prensa conclusiva del Consejo Permanente de la Conferencia Episcopal Italiana, ofrecida el 26 de enero del 2017.

En esa ocasión Galantino dijo:

« En la Comisión para los Asuntos Sociales, presidida por el diputado Mario Marazziti, están preparando un texto al cual hay que observar con interés. Resulta que no se debe atribuir todo el poder a la persona, porque la autodeterminación desarma la alianza entre paciente, médico y familiares y termina por ser solamente el triunfo del individualismo ».

En síntesis, para Galantino el texto bajo estudio representa un buen compromiso. Totalmente en línea con la ya conocida política del secretario general de la Conferencia Episcopal Italiana, cuidadoso para evitar cualquier confrontación de los católicos con el gobierno de centro-izquierda reinante. Es como decir que la acción de los católicos en política debe ser dictada por las orientaciones del alto dignatario eclesiástico de turno, en este caso él, en una enésima forma de clericalismo.

Obviamente la situación es lamentable, bajo diversos puntos de vista.

Sería deseable que el profesor D’Agostino, el del 2007, que es una persona de probada inteligencia y competencia, se clarifique con el profesor D’Agostino del 2017. Y después, quizás, se confronte con monseñor Galantino. Sin secundarlo.

Un cordial saludo,

Antonio Caragliu
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10 aprile 2017
Español
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07 apr
« Amoris laetitia ». Dall’Africa e dalla Spagna due voci ben accordate

Onaiyekan

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> Tutti gli articoli di Settimo Cielo in italiano

*

Giorno dopo giorno, i « dubia » sottoposti al papa e poi resi pubblici lo scorso novembre dai cardinali Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner sui punti più controversi di « Amoris laetitia » appaiono condivisi da strati sempre più larghi della Chiesa.

Limitando la rassegna ai soli cardinali e vescovi che si sono pronunciati pubblicamente pro o contro il passo compiuto presso il papa dai quattro cardinali, i favorevoli continuano ad essere più numerosi dei contrari.

Tra questi ultimi si sono schierati di recente l’italiano Bruno Forte, già segretario speciale del sinodo dei vescovi sulla famiglia, e l’argentino Eduardo Horacio Garcia, già vicario di Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires e oggi vescovo di San Justo.

Mentre ai favorevoli si sono aggiunti – rispetto al precedente conteggio di Settimo Cielo che già li vedeva in testa – i cardinali Wilfrid Fox Napier, Joseph Zen Ze-kiun, Mauro Piacenza, e i vescovi Charles Chaput, già autore di « Linee guida » che hanno fatto scalpore, Luigi Negri, Athanasius Schneider, Tomash Peta, Jan Pawel Lenga.

Ma ancor più va tenuto conto di due recenti interventi particolarmente significativi, di un cardinale e di un vescovo entrambi schierati per una lettura di « Amoris laetitia » decisamente in linea con il magistero tradizionale della Chiesa e quindi a sostegno dell’iniziativa dei quattro cardinali.

*

Il cardinale è John Onaiyekan (nella foto), arcivescovo di Abuja, in Nigeria, personalità tra le più autorevoli e influenti dell’Africa, l’unico continente in cui i cattolici sono in forte crescita, del 20 per cento negli ultimi cinque anni.

In un’ampia intervista a John Allen per il portale Crux, interpellato a proposito di « Amoris laetitia » e della comunione ai divorziati risposati, Onaiyekan ha così risposto:

« Non c’è nulla che il papa abbia detto su cui noi non stiamo già lavorando da tempo, più o meno sulla stessa linea. Può essere che un uomo e una donna siano in una condizione irregolare, ma questo non significa che siano scomunicati. Abbiamo sempre trovato un modo per accoglierli. […] Ma d’altra parte, facciamo loro capire che ricevere la santa comunione è un’espressione pubblica della nostra fede. Non possiamo giudicare ciò che c’è dentro il nostro cuore, e così dobbiamo stabilire delle regole che determinino chi riceve la comunione e chi no. La nostra gente sa benissimo che questa è la regola. […] Mi piace che il papa dica che essi non sono, per questo fatto, scomunicati. Ma dire che uno non è scomunicato non significa che egli possa ricevere la comunione ».

E ancora, con particolare riferimento all’Africa:

« C’è una grossa discussione dentro la Chiesa su questa materia? Non è del tutto vero. Ci possono essere alcuni teologi che ne parlano qua o là, ma certo non si sente granché da altre parti, ad esempio dalle conferenze episcopali ».

Ciò che va rimarcato è che questa posizione espressa dal cardinale Onaiyekan è di quasi tutta la Chiesa africana, come ha confermato anche il teologo nigeriano Paulinus Odozor in un’intervista al « Tablet » del 21 marzo, secondo cui la controversia che divide altrove il cattolicesimo « in Africa è già stata risolta da tempo ».

*

Il vescovo è quello di Alcalá de Henares, presso Madrid, Juan Antonio Reig Pla, che il 20 marzo ha pubblicato una nota per istruire i suoi sacerdoti e fedeli su come interpretare e applicare « Amoris laetitia » sul punto scottante della comunione ai divorziati risposati.

Queste persone – scrive – vanno accompagnate in un percorso simile a quello degli antichi catecumeni: « un percorso che, passo dopo passo, li avvicinerà sempre di più a Cristo, approfondendo il Vangelo del matrimonio, istituito da Dio fin dal principio come unione indissolubile tra uomo e donna. […] Soltanto quando saranno determinati a compiere questo passo potranno ricevere l’assoluzione sacramentale e la santa Eucarestia ».

Per la comunione « rimangono in vigore, dunque, le condizioni obiettive richieste dal magistero della Chiesa per poter accedere ai sacramenti », le stesse condizioni già dettate da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e con le quali il magistero di papa Francesco « si pone in continuità ».

Tali condizioni implicano che « quando l’uomo e la donna [divorziati e in una nuova unione], per seri motivi quali ad esempio l’educazione dei figli, non possono soddisfare l’obbligo della separazione », devono « vivere in piena continenza, cioè astenersi dagli atti propri dei coniugi », e solo allora potranno accedere alla comunione. « È questo il requisito obiettivo che non ammette eccezioni ed il cui compimento deve essere oggetto di accurato discernimento nel foro interno. Nessun sacerdote può considerare se stesso con l’autorità per dispensare da questa esigenza ».

Il testo integrale in italiano della nota, di esemplare brevità e chiarezza, è in quest’altra pagina di Settimo Cielo:

> Accompagnare i battezzati divorziati che vivono una nuova unione

Un particolare da non trascurare è il rimando che Reig Pla fa, come testo guida, al « Vademecum » sull’interpretazione di « Amoris laetitia » pubblicato da tre docenti del pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, anch’esso in perfetta continuità con il magistero tradizionale della Chiesa in materia.

Un « Vademecum » ampiamente presentato da Settimo Cielo appena è arrivato in libreria lo scorso gennaio:

> Una bussola nella babele di « Amoris laetitia »

Canto del cigno – si teme però – di un istituto che è stato decapitato e consegnato da Francesco alle cure di un nuovo gran cancelliere e gran confusionario, di nome Vincenzo Paglia.
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07 aprile 2017
Italiano
0

07 apr
« Amoris Laetitia. » From Africa and Spain, Two Voices Nicely In Tune

Onaiyekan

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> All the articles of Settimo Cielo in English

*

Day after day, the “dubia” submitted to the pope and then made public last November by cardinals Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra, and Joachim Meisner on the most controversial points of “Amoris Laetitia” seem to be shared by larger and larger segments of the Church.

Limiting the review only to the cardinals and bishops who have spoken out publicly for or against the step taken toward the pope by the four cardinals, those in favor continue to be more numerous than those against.

Joining the ranks of these latter are the Italian Bruno Forte, former special secretary of the synod of bishops on the family, and the Argentine Eduardo Horacio Garcia, former vicar of Jorge Mario Bergoglio in Buenos Aires and now bishop of San Justo.

While to those in favor have been added – with respect to the previous count by Settimo Cielo that already saw them in the lead – cardinals Wilfrid Fox Napier, Joseph Zen Ze-kiun, Mauro Piacenza, and bishops Charles Chaput, already the author of “Guidelines” that made a stir, Luigi Negri, Athanasius Schneider, Tomash Peta, Jan Pawel Lenga.

But even more attention should be given to two particularly significant recent contributions, from a cardinal and a bishop who have both sided with an interpretation of “Amoris Laetitia” decidedly in line with the traditional magisterium of the Church and therefore in support of the initiative of the four cardinals.

*

The cardinal is John Onaiyekan (in the photo), archbishop of Abuja, in Nigeria, one of the most authoritative and influential personalities of the African continent.

In an extensive interview with John Allen for the portal Crux, when asked about “Amoris Laetitia” and communion for the divorced and remarried Onaiyekan replied:

“There’s nothing the pope has said where we weren’t already working more or less along that line. It may be that a man and a woman are in an irregular condition, but that doesn’t mean they’re excommunicated. We’ve always found a way of welcoming them. […] On the other hand, we still let them know that receiving Holy Communion is an external expression of our faith. We cannot judge what is inside your heart, so we must make rules that determine who receives Communion and who does not. Our people are aware that this is the rule. […] I like the expression of the pope that they are not, by that fact, excommunicated. Now, to say that someone is not excommunicated does not mean they can receive Communion.”

And again, with particular reference to Africa:

“Is there a big debate within the Church on this matter? It’s not really true. There may be some theologians talking about it here and there, but you definitely don’t hear much otherwise, for instance from the bishops’ conferences.”

What should be pointed out is that this position expressed by Cardinal Onaiyekan is that of almost the whole African Church, as also confirmed by the Nigerian theologian Paulinus Odozor in an interview with the “Tablet” of March 21, according to whom the controversy that divides Catholicism elsewhere “was settled long ago” in Africa.

*

The bishop is that of Alcalá de Henares, near Madrid, Juan Antonio Reig Pla, who on March 20 published a note to instruct his priests and faithful on how to interpret and apply “Amoris Laetitia” on the burning issue of communion for the divorced and remarried.

These persons – he writes – must be accompanied in a process similar to that of the ancient catechumens: “a path that, step by step, will bring them closer to Christ, going deeply into the Gospel of marriage, established by God in the beginning as an indissoluble union of a man and a woman. […] Only when they are ready to take this step will they receive the Sacramental absolution and the Holy Eucharist.”

For communion, “therefore, the objective conditions requested by the Teaching of the Church referring to the access to the Sacraments still apply,” the same conditions already set down by John Paul II and Benedict XVI and with which the magisterium of Pope Francis “is set in continuity.”

Such conditions imply that “when a [divorced and remarried] man and a woman for serious reasons, such as for example the children’s upbringing, cannot satisfy the obligation to separate,” they must “live in complete continence, that is, by abstinence from the acts proper to married couples,” and only then can they receive communion. “That is the objective requirement admitting no exceptions, and the fulfillment of which must be the aim of an accurate discernment in the internal forum. No priest must consider he has the authority to exempt this requirement.”

The complete text of the note in English, exemplary in its brevity and clarity, is on this other page of Settimo Cielo:

> Accompanying the baptized who are divorced and in a different union

One detail not to be overlooked is the reference that Reig Pla makes, as to a template, to the “Handbook” on the interpretation of “Amoris Laetitia” published by three professors of the Pontifical John Paul II Institute for Studies on Marriage and Family, this too in perfect continuity with the traditional magisterium of the Church on the subject.

A “Handbook” extensively presented by Settimo Cielo as soon as it arrived in bookstores last January:

> A Compass in the Chaos of “Amoris Laetitia”

The swan song – this is the fear, however – of an institute that has been decapitated and handed over by Francis to the care of a new grand chancellor and grand bungler named Vincenzo Paglia.

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)
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07 aprile 2017
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0

07 apr
« Amoris laetitia ». Desde África y España dos voces bien armonizadas

Onaiyekan

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Día tras día, los « dubia » presentados al Papa y después hechos públicos el pasado mes de noviembre por los cardenales Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra y Joachim Meisner sobre los puntos controvertidos de « Amoris laetitia », son compartidos por franjas cada vez más amplias de la Iglesia.

Limitando la reseña sólo a los cardenales y obispos que se han pronunciado públicamente a favor o en contra del paso llevado a cabo ante el Papa por los cuatro cardenales, los favorables siguen siendo más numerosos que los contrarios.

Entre los últimos se han alienado recientemente Bruno Forte, anteriormente secretario especial del sínodo de los obispos sobre la familia, y el argentino Eduardo Horacio Garcia, anteriormente vicario de Jorge Mario Bergoglio en Buenos Aires y hoy obispo de San Justo.

Mientras que a los favorables se han añadido -respecto al recuento precedente de Settimo Cielo que ya los veía a la cabeza en número-, los cardenales Wilfrid Fox Napier, Joseph Zen Ze-kiun, Mauro Piacenza, y los obispos Charles Chaput, autor de unas « Directrices » que han sido muy comentadas, Luigi Negri, Athanasius Schneider, Tomash Peta, Jan Pawel Lenga.

A esta lista hay que añadir dos intervenciones recientes, particularmente significativas, de un cardenal y de un obispo, ambos alineados con una lectura de « Amoris laetitia » decididamente acorde con el magisterio tradicional de la Iglesia y, por lo tanto, en apoyo de la iniciativa de los cuatro cardenales.

*

El cardenal es John Onaiyekan (en la foto), arzobispo de Abuja, en Nigeria, una de las personalidades más respetadas e influyentes del continente africano.

En una amplia entrevista a John Allen para el portal Crux, interpelado a propósito de « Amoris laetitia » y la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar, el cardenal Onaiyekan ha respondido:

« No hay nada en lo que ha dicho el Papa en lo que ya no estuviéramos trabajando, siguiendo más o menos esa línea. Puede ser que un hombre y una mujer estén en una situación irregular, pero esto no significa que están excomulgados. Siempre hemos encontrado modos para acogerles. […] Por otra parte, les seguimos diciendo que recibir la Santa Comunión es una expresión externa de nuestra fe. No podemos juzgar lo que hay dentro del corazón, por lo que debemos tener normas que determinen quién recibe la Comunión y quién no. Nuestra gente es consciente de que es una norma. […] Me gusta la expresión del Papa de que no están, de hecho, excomulgados. Ahora bien, decir que alguien no está excomulgado no significa que pueda recibir la Comunión ».

Y, de nuevo, haciendo referencia a África en particular:

« ¿Que si hay un debate importante dentro de la Iglesia sobre esta cuestión? No es verdad al cien por cien. Hay algunos teólogos que hablan de ello aquí y allá, pero realmente no oyes hablar mucho sobre esta tema, por ejemplo, en las conferencias episcopales ».

Hay que subrayar que la posición expresada por el cardenal Onaiyekan es la misma de casi toda la Iglesia africana, como confirmó el teólogo nigeriano Paulinus Odozor en una entrevista al « Tablet » del 21 de marzo, según el cual la controversia que divide en otros lugares al catolicismo « en África se ha resuelto hace tiempo ».

*

El obispo es Mons. Juan Antonio Reig Pla, de la diócesis de Alcalá de Henares, cerca de Madrid, que el 20 de marzo publicó una nota para instruir a sus sacerdotes y fieles sobre cómo interpretar y aplicar « Amoris laetitia » en lo que se refiere al punto candente de la comunión a los divorciados que viven en una nueva unión.

Estas personas -escribe- tienen que ser acompañadas en un recorrido similar al de los antiguos catecúmenos: « un camino que, paso a paso, les acerque más a Cristo, profundizando en el Evangelio del matrimonio, instituido por Dios en el principio como unión indisoluble de hombre y mujer. […] Sólo cuando estén dispuestos a dar este paso podrán recibir la absolución sacramental y la santa Eucaristía ».

Respecto a la comunión, « siguen vigentes, por tanto, las condiciones objetivas exigidas por el Magisterio de la Iglesia para poder acceder a la recepción de los sacramentos », las mismas condiciones que fueron dictadas por Juan Pablo II y Benedicto XVI y con las que el magisterio del Papa Francisco « se sitúa en continuidad ».

Dichas condiciones implican que « cuando el hombre y la mujer [divorciados y en una nueva unión] por motivos serios, -como, por ejemplo, la educación de los hijos- no pueden cumplir la obligación de la separación », deben « vivir en plena continencia, o sea abstenerse de los actos propios de los esposos », y sólo entonces podrán acceder a la comunión. « Ese es el requisito objetivo que no admite excepciones y cuyo cumplimiento debe ser objeto de atento discernimiento en el fuero interno. Ningún sacerdote se puede considerar con la autoridad de dispensar esta exigencia ».

El texto íntegro de la nota, de ejemplar brevedad y claridad, puede leerse en la web de la diócesis de Alcalá de Henares:

> Acompañar a los bautizados que se han divorciado y viven en otra unión

Un detalle que no hay que descuidar es la referencia que Mons. Reig Pla hace, como texto guía, al « Vademecum » sobre la interpretación de « Amoris laetitia » publicado por tres docentes del pontificio instituto Juan Pablo II para estudios sobre el matrimonio y la familia, también en perfecta continuidad con el magisterio tradicional de la Iglesia en materia.

Un « Vademecum » que fue ampliamente presentado por Settimo Cielo en cuanto llegó a las librerías el pasado mes de enero:

> Una brújula en la Babel de « Amoris laetitia »

Sin embargo, se teme que sea el canto del cisne de un instituto que ha sido decapitado y entregado por Francisco al cuidado del nuevo gran canciller, y gran caótico, Vincenzo Paglia.
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07 aprile 2017
Español
0

04 apr
I « dubia » dei quattro cardinali fanno scuola. È l’ora dei laici

Caffarra

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*

« Fare chiarezza ». Con lo stesso titolo-appello con cui i cardinali Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner hanno reso pubblici i loro « dubia » sui punti più controversi di « Amoris laetitia » si terrà a Roma sabato 22 aprile un grande convegno internazionale, a un anno dalla pubblicazione dell’esortazione postsinodale.

Il convegno avverrà all’Hotel Columbus, a due passi da piazza San Pietro. E in esso prenderanno la parola studiosi convenuti da tutto il mondo: Anna M. Silvas dall’Australia, Claudio Pierantoni dal Cile, Jürgen Liminski dalla Germania, Douglas Farrow dal Canada, Jean Paul Messina dal Camerun, Thibaud Collin dalla Francia.

I primi due sono ben noti ai lettori di Settimo Cielo.

Di Anna M. Silvas, cattolica di rito orientale e illustre studiosa dei Padri della Chiesa, hanno potuto leggere lo scorso giugno questa brillante e argomentatissima critica del documento di papa Francesco:

> Alice nel paese di « Amoris laetitia »

Mentre dell’italo-cileno Claudio Pierantoni, anche lui patrologo e studioso di filosofia medievale, hanno letto, lo scorso novembre, l’istruttivo parallelo tra lo sbandamento della Chiesa attuale e quello delle controversie trinitarie e cristologiche del quarto secolo, per superare le quali ci vollero dei concili ecumenici, come oggi potrebbe accadere di nuovo:

> Un nuovo concilio, come sedici secoli fa

L’elemento caratterizzante del convegno è che in esso parleranno solo dei laici, a riprova di quanto la controversia che divide oggi la Chiesa non sia affatto esclusiva di « pochi » ecclesiastici retrogradi – come alcuni si azzardano a dire –, ma coinvolga l’intero « popolo di Dio ».

Né tantomeno gli studiosi che prenderanno la parola il 22 aprile sono voci isolate. Basti pensare – tra i molti altri che si potrebbero citare – a due figure eminenti come il polacco Stanislaw Grygiel e il francese Rémi Brague, entrambi convinti sostenitori della fondatezza dei « dubia » sottoposti al papa dai quattro cardinali.

Nella foto, l’incontro di due giorni fa tra Francesco e uno dei quattro, l’arcivescovo emerito di Bologna Carlo Caffarra, già presidente del pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

Tra i firmatari dei « dubia », il cardinale Caffarra è quello al quale Jorge Mario Bergoglio ha in passato manifestato più volte la sua stima. Ed è anche quello che ha più sviluppato in pubblico gli argomenti a sostegno delle sue obiezioni ad « Amoris laetitia », in particolare nell’intervista a « Il Foglio » del 14 gennaio 2017, ampiamente ripresa in più lingue da Settimo Cielo:

> I dubbi del papa e le certezze del cardinale Caffarra

L’incontro della foto è avvenuto domenica 2 aprile, durante la visita del papa alla diocesi di Carpi.

Il convegno del 22 aprile è promosso dal mensile di apologetica « Il Timone » e dal sito web « La Nuova Bussola Quotidiana », entrambi diretti da Riccardo Cascioli.
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04 aprile 2017
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Auteur : erlande

68 ans;45 ans d'expérience dans la communication à haut niveau;licencié en lettres classiques;catholique;gaulliste de gauche à la Malraux;libéral-étatiste à la Jacques Rueff;maître:Saint Thomas d'Aquin:pro-vie sans concession.Centres 'intérêt avec connaissances:théologie,metaphysie,philosophies particulières,morale,affectivité,esthétique,politique,économie,démographie,histoire,sciences physique:physique,astrophysique;sciences de la vie:biologie;sciences humaines:psychologie cognitive,sociologie;statistiques;beaux-arts:littérature,poésie,théâtre,essais,pamphlets;musique classique.Expériences proffessionnelles:toujours chef et responsable:chômage,jeunesse,toxicomanies,énergies,enseignant,conseil en communication:para-pubis,industrie,services;livres;expérience parallèle:campagne électorale gaulliste.Documentation:5 000 livres,plusieurs centaines d'articles.Personnalité:indifférent à l'argent et aux biens matériels;généraliste et pas spécialiste:de minimis non curat praetor;pas de loisirs,plus de vacances;mémoire d'éléphant,pessimiste actif,pas homme de ressentiment;peur de rien sauf du jugement de Dieu.Santé physique:aveugle d'un oeil,l'autre très faible;gammapathie monoclonale stable;compressions de divers nerfs mal placés et plus opérable;névralgies violentes insoignables;trous dans les poumons non cancéreux pour le moment,insomniaque.Situation matérielle:fauché comme les blés.Combatif mais sans haine.Ma devise:servir.Bref,un apax qui exaspère tout le monde mais la réciproque est vraie!

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